sommersi&sconosciuti

mercoledì, maggio 16, 2007

Prigionieri del passato, James Hilton
A dispetto del titolo da libro Harmony, Prigionieri del passato di James Hilton è un bel romanzo.
Pubblicato nel 1941, è stato immediatamente trasposto per il grande schermo da Mervyn LeRoy, con l’interpretazione dell’incantevole Greer Garson (stessa attrice che ha interpretato La signora Miniver): il successo del film ha spinto il libro anche da noi - con la traduzione di Maria Martone per la Garzanti - e la sua fortuna è durata fino all’ultima ristampa, sempre per Garzanti, del 1976.
 
Prigionieri del passato (Random Harvest) racconta il dramma di un giovane soldato inglese reduce dalla Grande guerra, che in seguito allo scoppio di una granata durante la battaglia di Arras del 1917, non ricorda nulla del suo passato. Nel 1919 si risveglia su una panchina a Liverpool, malmesso, infreddolito e con addosso solo un cappotto militare.
Il libro prende l’avvio però quasi venti anni dopo, alle undici dell’11 Novembre 1937 su un treno che attraversa la campagna inglese e che vede come compagni di viaggio un giovane ventisettenne studente di Cambridge e un distinto gentleman di circa quarant’anni.
Uno dei due uomini, il più giovane, è Harrison e sarà la voce narrante della storia, il secondo è Carlo Rainer, il vero protagonista della vicenda.
Infatti Rainer altri non è che lo smemorato ufficiale di sua Maestà Britannica che si è riappriopriato di parte del suo passato ma ancora si dibatte tra dubbi e allucinazioni sulle ombre che ancora lo avvolgono. L’ex reduce infatti è stato colpito da una doppia amnesia; prima tra il 1917 e il 1919 e dopo, quando riacquistato il suo nome e il suo ruolo nel mondo a cui appartiene non ha contezza di quanto successo tra l’incidente in guerra e il risveglio su quella panchina a Liverpool.  
Il romanzo ripercorre tra continui scambi di analessi e prolessi, l’esistenza di Carlo nell’arco di una ventina d’anni, mentre cerca di sopravvivere a se stesso e di ricostruirsi una propria identità. La narrazione che inevitabilmente scorre sul filo della memoria, tra vuoti e improvvisi balenii di luce, restituisce intatto e commovente il dramma di un uomo che ha perso se stesso due volte e lotta ogni giorno per recuperarsi. Tutto procede in un raffinato e complesso gioco di rimandi tra passato e presente, compenetrati l’uno nell’altro come gigantesche matrioske da cui Carlo cerca di liberarsi; mentre il passato è narrato in terza persona, il presente vive nella prima di Harrison, che diventa confidente e complice di Carlo. Insieme condurranno una sorta d’investigazione per colmare le lacune nella vita di Rainer, e, conversando o interpretando segni e sprazzi di ricordi, chiariranno tutto ciò che di oscuro ancora c’era nella vita dell’ex ufficiale.
La vicenda privata e drammatica di Carlo si mescola con le tribolazioni dell’Europa tra le due guerre, dalla crisi economica degli anni ’20 alle voci sempre più insistenti circa la minaccia di un’invasione della Polonia da parte di Hitler. E l’insicurezza del protagonista sembra richiamare quella più disperata di un’intera generazione di uomini e donne che sentono di dover affrontare una grande tragedia.
Rainer è dunque l’archetipo dell’uomo smarrito che crede di aver perduto tutto ma in realtà ha una grande possibilità: quella di ricominciare da zero, di prendersi la vita che davvero vuole, di essere se stesso senza i condizionamenti della famiglia, dell’ambiente sociale, dell’educazione. E’ un uomo a cui è stato tolto tutto e poi restituito perché possa decidere davvero della sua esistenza.
Prigionieri del passato è un romanzo dall’intreccio sofisticato, scritto secondo l’esempio dei grandi romanzieri ottocenteschi, soprattutto per l’interesse nell’introspezione psicologica del protagonista, con uno stile misurato ma sostenuto dalla vivacità dello schema temporale entro cui si muove la narrazione per cui la tensione è sempre alta, il finale poi con un colpo di scena clamoroso, è romantico quanto sospirato: cosa manca quindi a questo libro per tornare tra gli scaffali delle librerie italiane?
 
C’è da dire che l’inspiegabile sfortuna di Hilton dalle nostre parti coinvolge anche tutti gli altri suoi romanzi. E pensare che questo scrittore inglese, poi trasferitosi a Hollywood per dedicarsi alla sceneggiatura è il creatore della leggenda dello Shangri-là, la cima dell’Himalaya da cui si godrebbe di una vista meravigliosa, descritta in Orizzonte Perduto – che è anche l’unico romanzo ripubblicato di recente da noi grazie a Sellerio - immortalato nell’omonimo film culto di Frank Capra.
 

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lunedì, luglio 18, 2005

Abitacolo di Jerzy Kosinski
Longanesi 1982



Quando, nel 1983, lessi per la prima volta "Abitacolo" di Jerzy Kosinski, avevo vent'anni. L' ho riletto poco tempo fa e l'impressione è sempre la stessa. Vorrei esserne il protagonista. E' la storia di Tarden, ex agente dei servizi segreti di un non precisato paese dell'est. Tarden ha visto e fatto cose terribili. E' fuggito dal suo paese, portandosi dietro informazioni preziose e soprattutto, cancellando ogni traccia della sua esistenza. Tarden non esiste più. Esiste un ricco cittadino del mondo, con dozzine di passaporti e identità diverse. Con case nelle più grandi città e depositi bancari nelle banche più importanti. Un distruttore di certezze che si aggira in città, sconvolgendo la vita degli altri. Tarden entra così, per caso, nella quotidianità delle persone cambiandone in bene o in male il destino. Può fotografare per caso un incidente e spedire molti anni dopo la foto dell'ultimo istante di vita della vittima, alla famiglia, creando nuovo dolore ma permettendo di rintracciare il pirata della strada. Illudere una prostituta fotografandola e pagandone il prezzo per notti intere, facendole credere in un futuro da modella e scappare appena minacciato dal protettore. E vendicarsi dello stesso, facendolo uccidere dalla polizia con una geniale messinscena.
Tarden è uno squallido benefattore. A volte salvatore, a volte codardo e traditore. Kosinski annota freddamente le sue imprese. Nel romanzo ci sono poche notizie sui luoghi dove si svolgono i fatti. I vari episodi sono narrati partendo da un ricordo di Tarden per un particolare, un dettaglio, che dà l'inizio alla storia. Centrale, nel romanzo, è l'episodio che vede coinvolto lo scrittore Anthony Duncan. Leggerlo a distanza di tempo e dopo la scomparsa di Kosinski, inquieta.
Duncan, è uno scrittore di spionaggio piuttosto famoso. Autore di quattro libri, di cui solo il primo è stato un successo. Lo scrittore e il suo agente letterario inscenano prima dell'uscita dell'ultimo romanzo, una specie di sequestro. Lo scrittore, siamo in tempi di guerra fredda, scompare alla frontiera tra Danimarca e Germania dell'Est, sembra, mentre sta cercando notizie per la stesura del nuovo romanzo. Si mobilitano le ambasciate. Tarden, introdottosi come fattorino, nella casa editrice, scoprirà il piano dello scrittore e obbligherà l'editore ad annunciarne il ritrovamento, smentendo le voci di un eventuale cattura da parte della polizia tedesca. Anthony Duncan, verrà poi trovato morto in auto, vicino al confine.
Ripercorrendo questo episodio, a distanza di anni, non ho potuto non pensare alla fine di Kosinski, suicidatosi, soffocato con un sacchetto di plastica. Non ho potuto non pensare alla sua incredibile ascesa nella scena letteraria americana, lui scrittore di madre lingua polacca, vincitore dei premi più ambiti per un letterato di lingua inglese. Il suo successo a Hollywood, come sceneggiatore del suo "Presence" da cui è tratto il film "Oltre il giardino". La sua fama di playboy, narrata in modo incredibile da Robert Coover in una intervista, dove racconta che, presente insieme a Kosinsky, alla consegna di un premio letterario, si divertiva a scommettere con altri colleghi, su quante signore della giuria sarebbero finite nella sua suite d'albergo. Le voci che egli non fosse l'autore dei suoi libri, ma che le sue storie, le sue idee, scritte in polacco, sarebbero state aggiustate e riadattate all'inglese, da uno sconosciuto, poi scomparso nel nulla.
Forse questo sconosciuto era Tarden. Forse l'autore è stato creato dal personaggio. Forse il personaggio si è fatto beffe di tutti, costruendo il prototipo dello scrittore famoso da jet-set, per poi distruggerne la fama. Ascesa e caduta, si usa dire. E che il copione andasse rispettato lo conferma il fatto che Kosinsky, per pochi minuti, perse l'aereo che lo avrebbe portato a casa di Sharon Tate, proprio la sera del massacro. Forse Tarden aveva previsto anche questo.

(Andrea Morelli)

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martedì, maggio 24, 2005

ambrose bierce

 

 

 

 

 

 

 

 

Da Nel mezzo della vita di Ambroce Bierce: Accadde al ponte di Owl Creek; e potrebbe accadere sotto i ponti dei corsi di scrittura. Nel mezzo della vita, cioè In the midst of life. Tales of soldiers and civilians, è l’opera più famosa del famoso scrittore e giornalista Ambrose Bierce (certo che è famoso, c’era pure un film con Gregory Peck, e poi è morto misterioso, scomparso nel nulla nel 1912 durante i casini messicani e c’è anche un altro film, della serie Dal tramonto all’alba, due o tre, dove Ambrose è alle prese con i vampiri). Di questo libro sappiamo che: ci narra la guerra civile americana; ne esiste –ci han detto- un’edizione Einaudi (mai avvistata); un’altra della Theoria (nemmeno troppo vecchia e, con un po’ di fortuna, rinvenibile in bancarella); infine, ne possediamo anche un adattamento a fumetti, ma non di tutta la raccolta, quanto del racconto sul ponte di Owl Creek, del quale alla fine di questa faccenda avremo tentato di dire qualcosa, qualcosa che possa interessarvi.

Dunque, come molti già sapranno, Accadde al ponte di Owl Creek è uno di quei raccontini semplici e facili, dove alla fine tutto quello che vedi non è accaduto e c’è il più classico dei colpi di scena, dei rovesciamenti, e sia benedetto Ambrose Bierce per averlo scritto. Grazie a Owl Creek (di cui evito di riportare altri dettagli, qualora ci fosse qualcuno che non lo ha mai letto e vorrebbe cimentarsi col Nostro), l’aspirante scrittore può procurarsi una lezione di scrittura quanto mai economica, e avere un preciso metro di giudizio per valutare le proprie storie brevi o romanzi-fiume. Un preciso metro per soppesare, misurare, valutare la presunta genialità dei propri colpi di scena, delle proprie trovate trovatelle, orfane non necessariamente di buona volontà ed entusiasmo, ma di esperienza, questo sì. Mi auguro perciò che coloro i quali sono soliti tenere dei corsi di scrittura creativa si procurino delle copie di questo racconto e lo facciano leggere ai discepoli, perché da un grande potere derivano grandi responsabilità, e il destino delle patrie lettere deve essere affidato a giovani jedi non corrotti dalla parte oscura del colpo di scena. Il giovane scrittore jedi deve possedere uno strumento, un’unità minima per misurare le proprie unità di colpo di scena, guardarsi allo specchio e sputarsi in faccia con la serenità di un monaco, o, se volete, con la verve di un gangsta-rapper.

L’importante è sputarsi in faccia.

E detto questo mi accingo a scrivere un racconto fitto di colpi di scena, rovesciamenti e mutamenti, ma così sottili, così intelligent-sfarzo-figosi che uno nemmeno se ne accorge, che ci sono (ho coperto gli specchi di casa con un panno).

Coming soon: Ambrose Bierce, Un cavaliere in cielo… e mille racconti tutti uguali in terra.

colonna sonora: Giant Sand, Yer ropes.

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domenica, febbraio 27, 2005

Mano armata, di Harry Grey

Mano armata, ormai introvabile al di fuori delle bancarelle o sui siti che trattano la compravendita di libri usati, è il libro a cui si ispirò Sergio Leone per C’era una volta in America. Pubblicato nel 1953 a firma Harry Grey (pseudonimo di David Aaronson - anche se alcuni fonti danno come suo vero nome Harry Goldberg), con il titolo di The Hoods,e tradotto in italiano da Adriana Pellegrini per Longanesi negli anni 1960 (ultima edizione 1987), Mano armata è un’opera autobiografica scritta da Grey a quattro mani con sua moglie in cui narra la sua esperienza di gangster durante gli anni del Proibizionismo. E’ un lungo viaggio nella memoria, dagli anni della scuola fino alla tragica fine della sua banda, di cui facevano parte i suoi più cari amici. Il film è fedele al testo solo fino a un certo punto: ne segue lo svolgimento per la descrizione dell’infanzia dei quattro gangsters, dell’amore di Noodles (il protagonista) per Deborah - che nel libro si chiama Dolores - e dei vaneggiamenti dello stesso Noodles nella fumeria d’oppio, ma poi se ne distacca completamente. Grey, nel libro racconta, alla stregua di uno scrittore consumato, la sua storia di sopravvissuto al proibizionismo e alle lotte tra bande nella New York del Lower East Side. Con uno stile affilato come la punta del coltello di Noodles, rievoca un mondo violento e spietato, senza indugiare in esaltazioni o rimpianti, descrivendo lucidamente l’ascesa della sua gang fino ai vertici della criminalità organizzata. Ma alla ruvidezza della gangster story alterna la dolce malinconia per un amore non corrisposto, e, infine, consumato solo nello stupro della bella e capricciosa Dolores. Addirittura quando Grey rievoca, in intensi monologhi interiori, i suoi sentimenti per lei la prosa diventa poetica, struggente, romantica e il personaggio del criminale incallito acquista un’umanità dolente che spinge il lettore a parteggiare, malgrado tutto, per lui. E poi Noodles è colto, elegante, bello, intelligente e soprattutto leale verso i suoi compagni. E se pure in ogni singola pagina del romanzo Grey esibisce il suo desiderio di emergere, di vendicarsi del padre – un uomo ai suoi occhi debole e pavido, almeno finché una rivelazione sul suo passato non lo fa ricredere -, di essere temuto e rispettato e ricco, il lettore non può sottrarsi alla speranza d’una redenzione. Il libro termine con un finale dolceamaro, sebbene nella realtà la conclusione della vicenda per Noodless-Grey-Aaronson, sia arrivato solo diversi anni dopo. Infatti dopo la cessazione della sua attività criminale Grey fuggì in Florida, dove si rifece una vita tranquilla ed onesta, fino a quando, molti anni dopo, non gli arrivò una telefonata dalla mafia che esigeva il risarcimento d’un suo debito. Gli fu spiegato che doveva tornare a New York per uccidere un membro del congresso americano. Grey non poté rifiutare e così eliminò il senatore, ma poi fuggì e simulò di essersi tolto la vita gettandosi con la sua auto nel fiume Hudson: riappropriandosi così di una pace che aveva cercato di raggiungere fin da quando era un membro di una gang e si faceva largo nel mondo con la lama del suo coltello: “mi sentivo al sicuro e in pace. Sì, la pace è meravigliosa”. Ecco, se hai una storia così a disposizione, e sai raccontarla al lettore, hai tutto il diritto di scrivere una biografia, questo è ciò che penso. Anche se a ben vedere, poi finisce che viene fuori un romanzo vero.

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mercoledì, febbraio 02, 2005

Bonvi e Guccini: STORIE DELLO SPAZIO PROFONDO

guccini_b_1Strimpello la chitarra, per la felicità di mia moglie. E canto anche. Come migliaia di altri sedicenti artisti amo i cantautori (quelli degli anni '70 e '80, è chiaro, perché oggi non ne nascono più di uguali). Come in quasi tutti gli strimpellatori dilettanti, questo amore per la musica cantautorale nasconde solo deficienze tecniche che si cerca di nascondere dietro bei testi e temi profondi. Con risultati spesso da dimenticare, poiché le canzoni voce-chitarra sono più ricche - musicalmente - di quanto si potrebbe supporre.

Eppure, devo confessare che il mitico Guccini l'ho conosciuto leggendo non la copertina di un LP, bensì il retro di copertina di un numero di Urania. Era il 1979 e il suddetto retro recava la pubblicità di una pubblicazione Mondadori; per la precisione trattatavasi di "Storie dello spazio profondo" di Bonvi e Guccini Francesco (appunto). Sette storie a fumetti di cui il Bonvi ha disegnato le tavole e Guccini scritto i testi. Non riuscii mai a procurarmi il volume, però, e questa cosa mi è rimasta sul piloro per oltre due decenni, sino a quando Storie dello spazio profondo mi è capitato tra le mani mentre rovistavo tra le carte vecchie di una bancarella di libri usati. L'ho acquistato subito (il turpe bancarellaro, peraltro, leggendo il desiderio nei miei occhi, mi ha derubato di ben cinque euro).

A casa ho letto il volume d'un fiato. Il filo conduttore di tutte le storie è il rapporto che lega i due protagonisti, un filibustiere spaziale biondo e un robot con spiccate attitudini imprenditoriali. Due delle storie non sono frutto della fantasia di Guccini, ma per esse, il Bonvi (abbandonato per misteriosi motivi dal compagno) si ispirò liberamente ad altrettanti racconti di R. Sheckley. I due protagonisti non hanno un nome. Avrebbero potuto chiamarsi Bonvi e Guccini, probabilmente. Scrive Marco Tropea,nella sua introduzione al volume: "In quanto ai due protagonisti delle storie, il riferimento è inequivocabile. Il biondo dalla zazzera sapientemente spettinata (sigaretta incollata alle labbra e bicchiere di vodka ben saldo nella mano), dall'inestinguibile sete di soldi e dall'ineguagliabile capacità di spenderli è il Bonvi fatto e finito, nei particolari fisici come in quelli caratteriali. Stazza e meccanicità a parte, il robot è invece Francesco Guccini: ha anche lui le sue brave fissazioni, cerca ove è possibile di rendere più piacevoli i suoi vagabondaggi da un mondo all'altro, ma razionalità e buona coscienza non lo abbandonano mai, e se da un lato provocano attriti con il suo compagno di avventure interplanetarie, dall'altro lo aiutano a sopravvivere alle disgrazie che sembrano parte integrante delle sue giornate."

Anche se, narrativamente, vengono ripresi i temi cari al classico racconto di fantascienza, personaggi e trame mostrano spunti originali che rendono le storie godibilissime anche oggi. La capacità affabulatoria di Guccini si lega al talento grafico di Bonvi, dando vita a situazioni paradossali e personaggi stralunati. In GALASSIA CHE VAI... un avventuriero spaziale perde la propria astronave giocando a Grunt-Poker. Il nuovo proprietario della nave è un robot. Chiarite alcune divergenze sul passaggio di proprietà, l'avventuriero si trova a contrabbandare ferocissimi animali alieni simili a peluches, che si nutrono di tartine spalmate di burro e amano sentir recitare Shakespeare a orari fissi.
Non manca una fine ironia e una rara capacità di utilizzare l'indagine psicologica come mezzo per svelare le idiosincrasie umane. Così in BONIFICA SPAZIALE [ispirato a un racconto di R. Sheckley] i due protagonisti cercano di truffare l'Ente Bonifiche (spaziali, ovviamente), ritrovandosi, invece, a  confrontarsi coi propri incubi infantili. E, in PUGNI, PUPE E ROBOT un amore contrastato da una bieca banda di discografici senza scrupoli non è che il pretesto per mettere all'indice razzismo e avidità.
Anche il tema della pubblicità e della persuasione occulta non viene tralasciato. In VIVERE RICCHI E FELICI la promozione mediatica  del misterioso pirulazio si trasforma in uno specchio della società consumistica, dove il desiderio fine a sé stesso ha preso il posto della necessità.
Nell'ultimo racconto, CHI CERCA TROVA E I COCCI SONO SUOI, la satira cede il posto all'incanto. Dio entra a forza nella storia, si manifesta malgrado lo scetticismo dei protagonisti e del lettore e impone la sua presenza.      
Gli altri due racconti sono MEGLIO SOLI CHE MALE ACCOMPAGNATI [ispirato da un racconto di R. Sheckley], interessante storia imperniata sulla ricerca di un falsario, e LA LEGIONE DELLO SPAZIO, dove scopriamo qualcosa sul passato di uno dei due protagonisti (non il nome, però)

Il disegno.
Tutto bianco e nero; china e retini a volontà. E, soprattutto, il tratto inconfondibile di Bonvi, capace di alternare figure caricaturali ad altre decisamente più antropomorfe, con grande sapienza ed equilibrio senza pari. Uno stile che poi maturerà definitivamente nei fumetti successivi, e consentirà al disegnatore di illustrare temi densi di cinismo e paura del futuro con una leggerezza solo apparente (Cronache del dopobomba, Sturmtruppen).
(m.m.)

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sabato, ottobre 23, 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Norstrilia di Cordwainer Smith, collana Classici Urania numero 145, Aprile 1989.

Norstrilia di Cordwainer Smith, a.k.a. Felix G. Forrest, a.k.a. Carmichael Smith, al secolo Paul Linebarger (1913-1966), rappresenta una delle ghiotte sorprese che le bancarelle italiane possono offrire agli esploratori della polvere e delle pagine impolverate. Infatti Cordwainer Smith è assente dalle librerie italiane dal 1989, anno della pubblicazione di questo Norstrilia, che era già apparso in due volumi con i titoli di L’uomo che comprò la Terra e L’uomo che regalò la Terra (rispettivamente Galassia n. 135 e n. 154, La Tribuna, Piacenza, 1971).

La storia è presto detta, abbiamo a che fare con Rod il centocinquantunesimo, Signore e Proprietario tra i Signori e Proprietari di Norstrilia, L’Australia del Nord, il pianeta più ricco della galassia. I Norstriliani, infatti, detengono il monopolio dello stroon, una sostanza che rende quasi immortali e ci fanno su dei bei soldi, peccato però che vivano spartanamente, siano contadini all’antica con costumi severissimi, rifiutino il lusso e abbiano una tassa di importazione talmente elevata che sconsiglierebbe anche al più scialacquatore degli sceicchi di acquistare alcunché per corrispondenza. Ebbene, il nostro Rod -con un’ardita speculazione creditizia che supera di gran lunga la più ardita tra le finanze creative- comprerà la Terra, proprio la cara vecchia Terra, il pianeta originario, e sarà costretto a un viaggio lunghissimo fatto a tocchetti dentro una scatola; a trasformarsi in G’Roderick, uomo-gatto; ad accompagnarsi (cosa invero piacevole) con G’Mell, la donna-gatto più bella della Terra; ad essere oggetto dell’ostilità e delle brame di ladri spaziali, ufficiali ambiziosi, donne in cerca del matrimonio d’interesse definitivo, ragni rapitori, terrestri razzisti, robot poliziotti e viscidi umanoidi con la pelle a ventosa.

Cordwainer Smith, più che spedirci però in un contesto avventuroso del tipo cappa-e-spada, crea un caleidoscopio-capolavoro di voci, idee, sensazioni, intenzioni, tradizioni, leggi, tradimenti, aspirazioni, desideri, fallimenti in forma di dialoghi, brevi descrizioni, cori, poesie e canzoni che danno la misura della sua straordinaria, irrefrenabile ispirazione. A ogni pagina si scopre un tassello del suo mondo, si viene rapiti da un’immagine, da un modo di vita alieno, da un rimando a una qualche struggente epopea appena accennata; e si viene catapultati in un tempo nel quale le usuali categorie sono completamente svalutate. L’umanità che sfiora la vita eterna non è più comprensibile da noi meschinelli alle prese col raffreddore da tabagismo; e per questo i veri uomini del libro sono gli ani-uomini, animali geneticamente modificati che hanno avuto in dono l’intelligenza e un corpo semiumano ma non quelli che chiameremmo i diritti civili. In un pianeta nel quale i Terrestri stanno diventando dei, e avvizzendo in un nulla dovuto alla loro stessa ricchezza e all’onnipotenza della tecnica che ha trasformato la vita in un’ambigua eterotopia (per ricordarci di Samuel Delany), i veri uomini sono quegli animali ai quali è negata l’immortalità e persino, a dirla tutta, le cure mediche di base. Quegli animali che sono diventati -forse lo sono stati da sempre- i veri guardiani dell’uomo, il metro della nostra umanità, che siano fedeli o feroci, mangiati o coccolati, cacciati o protetti, comunque sempre accanto a noi, che grazie alla loro presenza possiamo guardarci dentro, e scrutare nell’abisso che cela la nostra solitudine, proprio come fa Rod il centocinquantunesimo nei due momenti topici del romanzo, nel Giardino della Morte e a colloquio con il Mastrogatto.

“Volete che mi giudichi da solo?”

“Esatto, ragazzo,” –disse Beasley- “conosci le regole. Ho sempre pensato che potevamo contare su di te.”

martedì, settembre 28, 2004

Ai margini del caos, di Franco Ricciardiello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un altro libro scandalosamente dimenticato è Ai margini del caos di Franco Ricciardiello.

Vincitore del “premio Urania” nel ‘98, il questo romanzo è praticamente scomparso dagli scaffali delle librerie a dispetto del buon successo di pubblico (13.500 copie vendute) e del fatto che la Flammarion l’abbia tradotto in Francia.

Il libro - n. 1348 del catalogo “Urania” e scritto tra il settembre del ’97 e il febbraio del ’98 - è un libro intelligente e ben congegnato che, per mezzo di una struttura narrativa alquanto sofisticata, con numerosi flashback, molteplici piani temporali, numerose “voci narranti” ciascuna dotata di un “timbro” unico e inconfondibile, affronta l’annosa questione della Teoria del Caos. L’intreccio mescola i nazisti, la caduta di Berlino, la “sindrome di Stendhal”, l’arte figurativa (intesa nel senso junghiano di tramite tra inconscio personale e inconscio collettivo), la matematica del Caos, il comunismo, la guerra, la passione e la vendetta in un cocktail squisitamente narrativo di arte, scienza, psicologia e storia: e, leggendo, si ha davvero la sensazione che l’essenza di ciascuna di queste discipline abbia scelto di organizzare un meeting con le altre, sulle pagine di un Ricciardiello in stato di grazia. Nonostante la vastità e la complessità dei temi – la Teoria del Caos si può addirittura considerare una dei protagonisti del romanzo, insieme a Nicolas e Vic – il libro avvince e coinvolge, stuzzica e intriga il lettore, anche per mezzo di uno stile accattivante e di una lingua sapida e credibile, che riesce a mescolare i linguaggi della fantascienza e dell’arte. Il romanzo, consapevolmente edificato sulle basi matematiche della Teoria della Complessità (al punto che l’autore ha individuato nella struttura uno schema riconducibile all’applicazione dei frattali), prende le mosse dai malesseri e le visioni di una donna, Vic, colta da sindrome di Sthendal dinanzi a un quadro davvero particolare: L’isola dei morti di Arnold Bocklin, da sempre al centro di curiosi ed inquietanti aneddoti (tanto per dirne una, era il quadro preferito di Adolf Hitler); da lì, la trama di sviluppa in un susseguirsi di coincidenze, inseguimenti, allucinazioni e viaggi alla ricerca del significato pertinente delle visioni che assalgono Vic: mentre il quadro, elevato a simbolo dell’ossessione metapsichica dell’inconscio collettivo, è ovunque e da nessuna parte: i personaggi lo ricordano, lo incontrano, ne vengono inseguiti, lo inseguono, cercano di dimenticarsene (fallendo) e, infine, si lasciano attrarre nel vortice di follìe scaturite (a quanto sembra) proprio dalla scena, inquietante e misteriosa, riprodotta sulla tela.

Infine, una nota curiosa. Ricciardiello, nella postfazione in coda al romanzo narra un curioso aneddoto: “Un giorno di novembre del 1996 curiosavo fra dei CD musicali cercando senza successo l'Op. n. 29 (L'Isola dei Morti) di Rachmaninov - stavo terminando la prima stesura del romanzo. Per non lasciarmi a mani vuote Paola mi prestò un libro a caso, l'edizione rilegata di “Il giudice e il suo boia” di Dürrenmatt. Mi sono accorto di essere pericolosamente vicino al margine del caos quando, aprendo quel libro scelto senza intenzione, ho letto a pag. 2: -Attraversarono il corridoio passando davanti a un gran quadro in una pesante cornice dorata. Bärlach diede un'occhiata: era L'Isola dei morti.”

Che sia l’inclusione nel “genere” della fantascienza, a determinare la latitanza de Ai margini del caos dai cataloghi delle case editrici? Ebbene, a parte il fatto che Ricciardiello, nelle sue narrazioni - e qui ne avete un esempio - ama percorrere vie alternative a quelle della fantascienza tradizionale, sfruttando ingredienti tipici del “genere” per raccontare storie sorprendenti, ciò che conta – ai fini della pubblicazione del libro - non dovrebbe essere il valore del libro stesso, piuttosto che l’identificazione in un “genere”, che a volte esercita una funzione ghettizzante?

lunedì, giugno 21, 2004

La camera cinese, di Vivian Connell

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’universo dei libri sommersi e sconosciuti, ce n’è uno - più ingiustamente di altri dimenticato - che (come mi è già successo) ho scovato tra gli scaffali polverosi di una libreria dell'usato; devo però avvertirvi che se dopo questa recensione voleste saperne di più, vi toccherà procurarvi un bel dizionario inglese o francese: in Italia, l’opera quanto l'autore sono pressoché ignoti e del tutto fuori catalogo. Se poi vorrete leggere questo romanzo avrete solo due possibilità: setacciare tutte le bancarelle e le librerie dell'usato che vi capitano a tiro, sperando di essere fortunati come me, o chiedermelo in prestito. Fate vobis.

Il romanzo in questione è La camera cinese (The Chinese Room), scritto nel 1942 dall'irlandese Vivian Connell, pubblicato per l’ultima volta in Italia nel febbraio del 1967 per la collana “Garzanti per tutti”, nell’ottima traduzione di Grazia Maria Griffino. Azzardo l’ipotesi che questa sia stata la prima ed unica edizione italiana: fin dal suo apparire il romanzo è stato perseguitato dalla censura sia in Inghilterra che in America, in quanto ritenuto osceno e immorale, condividendo la sorte di capolavori come Lolita, L’amante di Lady Chatterley o Tropico del Cancro, ai quali – a mio avviso - non è davvero inferiore. Tra l’altro, malgrado le avversità giudiziarie, La camera cinese vendette più di tre milioni di copie nei Paese di lingua inglese.

In realtà nel libro non c’è nulla di morboso né di osceno: La camera cinese è romanzo che indaga i recessi dell’anima di ogni personaggio svelandone desideri e frustrazioni; è un romanzo che descrive il sesso inteso come strumento di affermazione della propria personalità, ed è certamente un romanzo denso di ambiguità: basti pensare che ognuno dei personaggi principali nasconde un segreto: il banchiere che perde il controllo delle sue mani, in preda a un bizzarro desiderio di morte; una moglie apparentemente inibita che scopre la passione solo nel tradimento; una bellissima segretaria che si nega all’amore perché imprigionata dalla sua deformità; un impiegato pallido e incolore che si rifugia in una stanza arredata nel più eccentrico stile orientale; un medico ossessionato dalla sua scienza persino nell’amplesso... la storia disvela a poco a poco le ossessioni e i segreti dei personaggi, in un crescendo di suspence, fino a spalancare finalmente la camera cinese in cui ciascuno si rifugia per riuscire ad essere, finalmente, ciò che desidera. Il fatto che il sesso abbia un'importanza cruciale nella vita dei personaggi di Vivian Connell, così come il bisturi affilato con cui questi disseziona l'ambito della vita matrimoniale, la sottile analisi psicologica hanno indotto i critici ad accostare l'autore a David Herbert Lawrence, soprattutto con riferimento a Figli e amanti, ma in realtà la scrittura elegante e lineare di Connell, la sua capacità di raccontare senza indulgere nel morboso, e la sapiente costruzione di una struttura narrativa che porta a quadrare il cerchio della storia senza sbavature o cadute di ritmo e tono pongono l’autore irlandese persino al di sopra del suo più famoso e celebrato collega inglese.

Infine, una curiosità: La camera cinese ha avuto un trattamento cinematografico in Messico, con una produzione del 1967 intitolata El cuarto chino

mercoledì, maggio 05, 2004

La signora Miniver, di Jan Struther



Nel 1942 la Metro Goldwin Mayer produsse un film vincitore di ben sei premi Oscar, di cui uno - quello per la miglior attrice protagonista - a Greer Garson. Il film, dal titolo Mrs. Miniver, fu un grande successo di pubblico e di critica e il premier britannico Winston Churchill - nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale - asserì che esso aveva "giovato agli alleati più di una flotta di navi da guerra". Molti sostennero addirittura che il successo del film negli USA spostò l'ago della bilancia dell'opinione pubblica a favore dell'entrata in guerra.
Mrs Miniver - nella versione italiana, La signora Miniver narra l'esistenza di una tranquilla madre di famiglia della media borghesia inglese sconvolta dalla guerra: autrice del soggetto è la stessa Jan Struther che ha scritto il romanzo omonimo. Ma - a voler essere precisi - tutto inizia tra il 1937 e 1939, con una serie di articoli della Struther pubblicati anonimi sul "London Times". Si trattava di autentici "scorci" e bozzetti di vita familiare e domestica, aventi a protagonista una tranquilla signora inglese, Mrs Caroline Miniver appunto ed ebbero un successo tale che nel 1939, subito dopo lo scoppio della guerra, vennero raccolti e riordinati in un romanzo di 250 pagine. Il libro - che è piuttosto diverso dal film, non avendo alcun intento propagandistico - ne è parecchio distante, ed è privo di ogni diretto riferimento alla guerra - "era strano come tutti rifugissero dal dire se ci sarà la guerra e preferissero l’uso degli eufemismi", pensa Mrs Miniver – e la minaccia incombente è soltanto suggerita da elementi fuggevoli come uno stralcio di giornale raccolto per terra. Peraltro laddove nel film il conflitto è già in corso, il romanzo si concenta sui giorni precedenti lo scoppio delle ostilità, che restano così dietro le quinte: persino la partenza per il fronte di Mr Miniver, marito della protagonista, è narrata per mezzo di stralci di conversazione tra Mrs Miniver e le donne del villaggio. La storia si snoda attraverso brevi paragrafi scritti in un linguaggio semplice e cortese che è quasi un inno alla ragione e alla serenità ispirata dalle piccole cose della vita quotidiana. Attraverso le pacate considerazioni di Mrs Miniver, Jan Struther definisce i tratti di un mondo che sta per cambiare in senso tragico: ma che disperamente cerca di resistere ancorandosi alle tradizioni e alle abitudini, a quei riti irrinunciabili che danno la chiara cognizione della propria esistenza: "una delle arti minori della vita – pensava la signora Miniver, alla fine di una lunga giornata dedicata agli acquisti natalizi – è quella di evitare una dispersione di energia nell’uso delle porte girevoli." E ancora: "la più importante missione che sarebbe toccata alle donne sarebbe stata forse quella di combattere certe aberrazioni: non vi sono maschere antigas contro la lenta, insidiosa corruzione degli spiriti" – come a suggerire che in un tempo in cui gli uomini portano il mondo alla rovina scatenando il conflitto, alle donne spetta il compito di impedire il disfacimento della società. In Italia il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1946 da Mondadori, con la traduzione di Giorgio Jarach e l’ultima edizione, sempre Mondadori, risale al 1965 per gli Oscar Settimanali.




domenica, maggio 02, 2004

Rapporto al capo della polizia, di James Mills



Rapporto al capo della polizia di James Mills è "la storia dell'innocenza di un uomo e degli egoismi dei suoi superiori che si servono di lui e lo sacrificano nella speranza di salvare se stessi." C'è scritto in quarta di copertina, ed è vero. Questo romanzo l'ho scoperto in una libreria dell'usato al Prenestino (tecnicamente vietato l'ingresso se avete problemi con la polvere - di fatto c'è il vantaggio di trovare di tutto a prezzi che viaggiano dai 50 centesimi a un euro.) Il povero Rapporto al capo della polizia giaceva in mezzo a una pila di Gialli Mondadori, in condizioni pessime - la rilegatura mezzo spaccata - e mi ci è caduto l'occhio sopra proprio perché non ha la classica copertina gialla, ma bianca: il che si spiega col fatto che questo romanzo non è uscito nei Gialli, bensì negli Oscar.
Correva l'anno 1975. In quello stesso anno uscì nelle sale il film omonimo, tratto dal libro e girato da Milton Katselas con un giovanissimo Richard Gere: è lecito supporre che il romanzo sia uscito in Italia sull'onda dell'interesse suscitato dalla pellicola cinematografica. Ma non so se sia veramente così.
La trama è abbastanza semplice: tanto che viene spiegata in quarta di copertina - in ogni caso la trama non è certo la cosa migliore o più importante, qui. Quello che succede, comunque, è che il più giovane detective in forza alla polizia di New York fa irruzione nell'appartamento di uno spacciatore, lo elimina e uccide anche la donna che è con lui. Le 249 pagine del romanzo servono a capire perché e come ciò sia potuto accadere: attraverso interviste, trascrizioni di interrogatori, verbali e articoli di giornale, materiali eterogenei che l'autore riesce a saldare tra loro con buon piglio narrativo. Arrivati alla fine, la sensazione è - più che di aver letto una crime story - quella di aver esplorato, a fondo, il mondo e l'esistenza dei poliziotti newyorchesi e dei criminali che quei poliziotti fronteggiano. Sensazione che è certamente fallace: non credo che basti un libro - per quanto buono - a raccontare una realtà complessa come quella della vita criminale di New York, ma l'efficacia del romanzo è proprio in questa finzione: lo leggi e ti sembra di conoscere quei poliziotti, quegli spacciatori, quei tossicomani: di averci parlato, di essere entrato nel loro modo di vedere le cose. Vedi i posti, la città che si muove intorno - certe volte a velocità estrema, altre con la lentezza di un incubo kafkiano. Non vorrei però dare al lettore l'impressione di trovarsi di fronte a un capolavoro della letteratura, perché Rapporto al capo della polizia non lo è. E', semmai, un libro che funziona: nel senso che raggiunge perfettamente gli scopi che sembra prefiggersi. Un po' come la serie televisiva NYPD Blue: non passerà alla storia magari, ma centra perfettamente il bersaglio e riesce a far respirare un'atmosfera, e a raccontare delle storie che hanno un senso e un carattere.
Merita una segnalazione, perché fa parte dei pregi di questo libro, l'efficacissima traduzione di Attilio Veraldi: per chi non lo conoscesse, Veraldi - purtroppo scomparso da qualche anno - è stato un maestro assoluto nel riprodurre in traduzione le espressioni verbali e gergali del "broken english" di strada: come ha più volte dimostrato affrontando autori che fanno largo uso di forme e stilemi della lingua parlata - su tutti, Raymond Chandler e Hubert Selby jr.
Resta la curiosità di vedere il film, cosa che non ho ancora fatto: ma personalmente dubito che l'estrema crudezza di molte scene del libro - su tutte, quella in cui il giovane detective e lo spacciatore sono chiusi nell'ascensore, stremati, a bagno nell'urina e negli escrementi - sia stata resa efficacemente in un film degli anni Settanta: un'età in cui la censura esercitava, negli Stati Uniti come in Italia, il suo potere con efficacia micidiale.