sommersi&sconosciuti

mercoledì, maggio 05, 2004

La signora Miniver, di Jan Struther



Nel 1942 la Metro Goldwin Mayer produsse un film vincitore di ben sei premi Oscar, di cui uno - quello per la miglior attrice protagonista - a Greer Garson. Il film, dal titolo Mrs. Miniver, fu un grande successo di pubblico e di critica e il premier britannico Winston Churchill - nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale - asserì che esso aveva "giovato agli alleati più di una flotta di navi da guerra". Molti sostennero addirittura che il successo del film negli USA spostò l'ago della bilancia dell'opinione pubblica a favore dell'entrata in guerra.
Mrs Miniver - nella versione italiana, La signora Miniver narra l'esistenza di una tranquilla madre di famiglia della media borghesia inglese sconvolta dalla guerra: autrice del soggetto è la stessa Jan Struther che ha scritto il romanzo omonimo. Ma - a voler essere precisi - tutto inizia tra il 1937 e 1939, con una serie di articoli della Struther pubblicati anonimi sul "London Times". Si trattava di autentici "scorci" e bozzetti di vita familiare e domestica, aventi a protagonista una tranquilla signora inglese, Mrs Caroline Miniver appunto ed ebbero un successo tale che nel 1939, subito dopo lo scoppio della guerra, vennero raccolti e riordinati in un romanzo di 250 pagine. Il libro - che è piuttosto diverso dal film, non avendo alcun intento propagandistico - ne è parecchio distante, ed è privo di ogni diretto riferimento alla guerra - "era strano come tutti rifugissero dal dire se ci sarà la guerra e preferissero l’uso degli eufemismi", pensa Mrs Miniver – e la minaccia incombente è soltanto suggerita da elementi fuggevoli come uno stralcio di giornale raccolto per terra. Peraltro laddove nel film il conflitto è già in corso, il romanzo si concenta sui giorni precedenti lo scoppio delle ostilità, che restano così dietro le quinte: persino la partenza per il fronte di Mr Miniver, marito della protagonista, è narrata per mezzo di stralci di conversazione tra Mrs Miniver e le donne del villaggio. La storia si snoda attraverso brevi paragrafi scritti in un linguaggio semplice e cortese che è quasi un inno alla ragione e alla serenità ispirata dalle piccole cose della vita quotidiana. Attraverso le pacate considerazioni di Mrs Miniver, Jan Struther definisce i tratti di un mondo che sta per cambiare in senso tragico: ma che disperamente cerca di resistere ancorandosi alle tradizioni e alle abitudini, a quei riti irrinunciabili che danno la chiara cognizione della propria esistenza: "una delle arti minori della vita – pensava la signora Miniver, alla fine di una lunga giornata dedicata agli acquisti natalizi – è quella di evitare una dispersione di energia nell’uso delle porte girevoli." E ancora: "la più importante missione che sarebbe toccata alle donne sarebbe stata forse quella di combattere certe aberrazioni: non vi sono maschere antigas contro la lenta, insidiosa corruzione degli spiriti" – come a suggerire che in un tempo in cui gli uomini portano il mondo alla rovina scatenando il conflitto, alle donne spetta il compito di impedire il disfacimento della società. In Italia il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1946 da Mondadori, con la traduzione di Giorgio Jarach e l’ultima edizione, sempre Mondadori, risale al 1965 per gli Oscar Settimanali.




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domenica, maggio 02, 2004

Rapporto al capo della polizia, di James Mills



Rapporto al capo della polizia di James Mills è "la storia dell'innocenza di un uomo e degli egoismi dei suoi superiori che si servono di lui e lo sacrificano nella speranza di salvare se stessi." C'è scritto in quarta di copertina, ed è vero. Questo romanzo l'ho scoperto in una libreria dell'usato al Prenestino (tecnicamente vietato l'ingresso se avete problemi con la polvere - di fatto c'è il vantaggio di trovare di tutto a prezzi che viaggiano dai 50 centesimi a un euro.) Il povero Rapporto al capo della polizia giaceva in mezzo a una pila di Gialli Mondadori, in condizioni pessime - la rilegatura mezzo spaccata - e mi ci è caduto l'occhio sopra proprio perché non ha la classica copertina gialla, ma bianca: il che si spiega col fatto che questo romanzo non è uscito nei Gialli, bensì negli Oscar.
Correva l'anno 1975. In quello stesso anno uscì nelle sale il film omonimo, tratto dal libro e girato da Milton Katselas con un giovanissimo Richard Gere: è lecito supporre che il romanzo sia uscito in Italia sull'onda dell'interesse suscitato dalla pellicola cinematografica. Ma non so se sia veramente così.
La trama è abbastanza semplice: tanto che viene spiegata in quarta di copertina - in ogni caso la trama non è certo la cosa migliore o più importante, qui. Quello che succede, comunque, è che il più giovane detective in forza alla polizia di New York fa irruzione nell'appartamento di uno spacciatore, lo elimina e uccide anche la donna che è con lui. Le 249 pagine del romanzo servono a capire perché e come ciò sia potuto accadere: attraverso interviste, trascrizioni di interrogatori, verbali e articoli di giornale, materiali eterogenei che l'autore riesce a saldare tra loro con buon piglio narrativo. Arrivati alla fine, la sensazione è - più che di aver letto una crime story - quella di aver esplorato, a fondo, il mondo e l'esistenza dei poliziotti newyorchesi e dei criminali che quei poliziotti fronteggiano. Sensazione che è certamente fallace: non credo che basti un libro - per quanto buono - a raccontare una realtà complessa come quella della vita criminale di New York, ma l'efficacia del romanzo è proprio in questa finzione: lo leggi e ti sembra di conoscere quei poliziotti, quegli spacciatori, quei tossicomani: di averci parlato, di essere entrato nel loro modo di vedere le cose. Vedi i posti, la città che si muove intorno - certe volte a velocità estrema, altre con la lentezza di un incubo kafkiano. Non vorrei però dare al lettore l'impressione di trovarsi di fronte a un capolavoro della letteratura, perché Rapporto al capo della polizia non lo è. E', semmai, un libro che funziona: nel senso che raggiunge perfettamente gli scopi che sembra prefiggersi. Un po' come la serie televisiva NYPD Blue: non passerà alla storia magari, ma centra perfettamente il bersaglio e riesce a far respirare un'atmosfera, e a raccontare delle storie che hanno un senso e un carattere.
Merita una segnalazione, perché fa parte dei pregi di questo libro, l'efficacissima traduzione di Attilio Veraldi: per chi non lo conoscesse, Veraldi - purtroppo scomparso da qualche anno - è stato un maestro assoluto nel riprodurre in traduzione le espressioni verbali e gergali del "broken english" di strada: come ha più volte dimostrato affrontando autori che fanno largo uso di forme e stilemi della lingua parlata - su tutti, Raymond Chandler e Hubert Selby jr.
Resta la curiosità di vedere il film, cosa che non ho ancora fatto: ma personalmente dubito che l'estrema crudezza di molte scene del libro - su tutte, quella in cui il giovane detective e lo spacciatore sono chiusi nell'ascensore, stremati, a bagno nell'urina e negli escrementi - sia stata resa efficacemente in un film degli anni Settanta: un'età in cui la censura esercitava, negli Stati Uniti come in Italia, il suo potere con efficacia micidiale.

postato da licenziamentodelpoeta 01:06 | permalink| commenti