sommersi&sconosciuti

domenica, febbraio 27, 2005

Mano armata, di Harry Grey

Mano armata, ormai introvabile al di fuori delle bancarelle o sui siti che trattano la compravendita di libri usati, è il libro a cui si ispirò Sergio Leone per C’era una volta in America. Pubblicato nel 1953 a firma Harry Grey (pseudonimo di David Aaronson - anche se alcuni fonti danno come suo vero nome Harry Goldberg), con il titolo di The Hoods,e tradotto in italiano da Adriana Pellegrini per Longanesi negli anni 1960 (ultima edizione 1987), Mano armata è un’opera autobiografica scritta da Grey a quattro mani con sua moglie in cui narra la sua esperienza di gangster durante gli anni del Proibizionismo. E’ un lungo viaggio nella memoria, dagli anni della scuola fino alla tragica fine della sua banda, di cui facevano parte i suoi più cari amici. Il film è fedele al testo solo fino a un certo punto: ne segue lo svolgimento per la descrizione dell’infanzia dei quattro gangsters, dell’amore di Noodles (il protagonista) per Deborah - che nel libro si chiama Dolores - e dei vaneggiamenti dello stesso Noodles nella fumeria d’oppio, ma poi se ne distacca completamente. Grey, nel libro racconta, alla stregua di uno scrittore consumato, la sua storia di sopravvissuto al proibizionismo e alle lotte tra bande nella New York del Lower East Side. Con uno stile affilato come la punta del coltello di Noodles, rievoca un mondo violento e spietato, senza indugiare in esaltazioni o rimpianti, descrivendo lucidamente l’ascesa della sua gang fino ai vertici della criminalità organizzata. Ma alla ruvidezza della gangster story alterna la dolce malinconia per un amore non corrisposto, e, infine, consumato solo nello stupro della bella e capricciosa Dolores. Addirittura quando Grey rievoca, in intensi monologhi interiori, i suoi sentimenti per lei la prosa diventa poetica, struggente, romantica e il personaggio del criminale incallito acquista un’umanità dolente che spinge il lettore a parteggiare, malgrado tutto, per lui. E poi Noodles è colto, elegante, bello, intelligente e soprattutto leale verso i suoi compagni. E se pure in ogni singola pagina del romanzo Grey esibisce il suo desiderio di emergere, di vendicarsi del padre – un uomo ai suoi occhi debole e pavido, almeno finché una rivelazione sul suo passato non lo fa ricredere -, di essere temuto e rispettato e ricco, il lettore non può sottrarsi alla speranza d’una redenzione. Il libro termine con un finale dolceamaro, sebbene nella realtà la conclusione della vicenda per Noodless-Grey-Aaronson, sia arrivato solo diversi anni dopo. Infatti dopo la cessazione della sua attività criminale Grey fuggì in Florida, dove si rifece una vita tranquilla ed onesta, fino a quando, molti anni dopo, non gli arrivò una telefonata dalla mafia che esigeva il risarcimento d’un suo debito. Gli fu spiegato che doveva tornare a New York per uccidere un membro del congresso americano. Grey non poté rifiutare e così eliminò il senatore, ma poi fuggì e simulò di essersi tolto la vita gettandosi con la sua auto nel fiume Hudson: riappropriandosi così di una pace che aveva cercato di raggiungere fin da quando era un membro di una gang e si faceva largo nel mondo con la lama del suo coltello: “mi sentivo al sicuro e in pace. Sì, la pace è meravigliosa”. Ecco, se hai una storia così a disposizione, e sai raccontarla al lettore, hai tutto il diritto di scrivere una biografia, questo è ciò che penso. Anche se a ben vedere, poi finisce che viene fuori un romanzo vero.

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mercoledì, febbraio 02, 2005

Bonvi e Guccini: STORIE DELLO SPAZIO PROFONDO

guccini_b_1Strimpello la chitarra, per la felicità di mia moglie. E canto anche. Come migliaia di altri sedicenti artisti amo i cantautori (quelli degli anni '70 e '80, è chiaro, perché oggi non ne nascono più di uguali). Come in quasi tutti gli strimpellatori dilettanti, questo amore per la musica cantautorale nasconde solo deficienze tecniche che si cerca di nascondere dietro bei testi e temi profondi. Con risultati spesso da dimenticare, poiché le canzoni voce-chitarra sono più ricche - musicalmente - di quanto si potrebbe supporre.

Eppure, devo confessare che il mitico Guccini l'ho conosciuto leggendo non la copertina di un LP, bensì il retro di copertina di un numero di Urania. Era il 1979 e il suddetto retro recava la pubblicità di una pubblicazione Mondadori; per la precisione trattatavasi di "Storie dello spazio profondo" di Bonvi e Guccini Francesco (appunto). Sette storie a fumetti di cui il Bonvi ha disegnato le tavole e Guccini scritto i testi. Non riuscii mai a procurarmi il volume, però, e questa cosa mi è rimasta sul piloro per oltre due decenni, sino a quando Storie dello spazio profondo mi è capitato tra le mani mentre rovistavo tra le carte vecchie di una bancarella di libri usati. L'ho acquistato subito (il turpe bancarellaro, peraltro, leggendo il desiderio nei miei occhi, mi ha derubato di ben cinque euro).

A casa ho letto il volume d'un fiato. Il filo conduttore di tutte le storie è il rapporto che lega i due protagonisti, un filibustiere spaziale biondo e un robot con spiccate attitudini imprenditoriali. Due delle storie non sono frutto della fantasia di Guccini, ma per esse, il Bonvi (abbandonato per misteriosi motivi dal compagno) si ispirò liberamente ad altrettanti racconti di R. Sheckley. I due protagonisti non hanno un nome. Avrebbero potuto chiamarsi Bonvi e Guccini, probabilmente. Scrive Marco Tropea,nella sua introduzione al volume: "In quanto ai due protagonisti delle storie, il riferimento è inequivocabile. Il biondo dalla zazzera sapientemente spettinata (sigaretta incollata alle labbra e bicchiere di vodka ben saldo nella mano), dall'inestinguibile sete di soldi e dall'ineguagliabile capacità di spenderli è il Bonvi fatto e finito, nei particolari fisici come in quelli caratteriali. Stazza e meccanicità a parte, il robot è invece Francesco Guccini: ha anche lui le sue brave fissazioni, cerca ove è possibile di rendere più piacevoli i suoi vagabondaggi da un mondo all'altro, ma razionalità e buona coscienza non lo abbandonano mai, e se da un lato provocano attriti con il suo compagno di avventure interplanetarie, dall'altro lo aiutano a sopravvivere alle disgrazie che sembrano parte integrante delle sue giornate."

Anche se, narrativamente, vengono ripresi i temi cari al classico racconto di fantascienza, personaggi e trame mostrano spunti originali che rendono le storie godibilissime anche oggi. La capacità affabulatoria di Guccini si lega al talento grafico di Bonvi, dando vita a situazioni paradossali e personaggi stralunati. In GALASSIA CHE VAI... un avventuriero spaziale perde la propria astronave giocando a Grunt-Poker. Il nuovo proprietario della nave è un robot. Chiarite alcune divergenze sul passaggio di proprietà, l'avventuriero si trova a contrabbandare ferocissimi animali alieni simili a peluches, che si nutrono di tartine spalmate di burro e amano sentir recitare Shakespeare a orari fissi.
Non manca una fine ironia e una rara capacità di utilizzare l'indagine psicologica come mezzo per svelare le idiosincrasie umane. Così in BONIFICA SPAZIALE [ispirato a un racconto di R. Sheckley] i due protagonisti cercano di truffare l'Ente Bonifiche (spaziali, ovviamente), ritrovandosi, invece, a  confrontarsi coi propri incubi infantili. E, in PUGNI, PUPE E ROBOT un amore contrastato da una bieca banda di discografici senza scrupoli non è che il pretesto per mettere all'indice razzismo e avidità.
Anche il tema della pubblicità e della persuasione occulta non viene tralasciato. In VIVERE RICCHI E FELICI la promozione mediatica  del misterioso pirulazio si trasforma in uno specchio della società consumistica, dove il desiderio fine a sé stesso ha preso il posto della necessità.
Nell'ultimo racconto, CHI CERCA TROVA E I COCCI SONO SUOI, la satira cede il posto all'incanto. Dio entra a forza nella storia, si manifesta malgrado lo scetticismo dei protagonisti e del lettore e impone la sua presenza.      
Gli altri due racconti sono MEGLIO SOLI CHE MALE ACCOMPAGNATI [ispirato da un racconto di R. Sheckley], interessante storia imperniata sulla ricerca di un falsario, e LA LEGIONE DELLO SPAZIO, dove scopriamo qualcosa sul passato di uno dei due protagonisti (non il nome, però)

Il disegno.
Tutto bianco e nero; china e retini a volontà. E, soprattutto, il tratto inconfondibile di Bonvi, capace di alternare figure caricaturali ad altre decisamente più antropomorfe, con grande sapienza ed equilibrio senza pari. Uno stile che poi maturerà definitivamente nei fumetti successivi, e consentirà al disegnatore di illustrare temi densi di cinismo e paura del futuro con una leggerezza solo apparente (Cronache del dopobomba, Sturmtruppen).
(m.m.)

postato da paroledisicilia 19:20 | permalink| commenti (4)