mercoledì, maggio 16, 2007
Prigionieri del passato, James Hilton
A dispetto del titolo da libro Harmony, Prigionieri del passato di James Hilton è un bel romanzo.
Pubblicato nel 1941, è stato immediatamente trasposto per il grande schermo da Mervyn LeRoy, con l’interpretazione dell’incantevole Greer Garson (stessa attrice che ha interpretato La signora Miniver): il successo del film ha spinto il libro anche da noi - con la traduzione di Maria Martone per la Garzanti - e la sua fortuna è durata fino all’ultima ristampa, sempre per Garzanti, del 1976.
Prigionieri del passato (Random Harvest) racconta il dramma di un giovane soldato inglese reduce dalla Grande guerra, che in seguito allo scoppio di una granata durante la battaglia di Arras del 1917, non ricorda nulla del suo passato. Nel 1919 si risveglia su una panchina a Liverpool, malmesso, infreddolito e con addosso solo un cappotto militare.
Il libro prende l’avvio però quasi venti anni dopo, alle undici dell’11 Novembre 1937 su un treno che attraversa la campagna inglese e che vede come compagni di viaggio un giovane ventisettenne studente di Cambridge e un distinto gentleman di circa quarant’anni.
Uno dei due uomini, il più giovane, è Harrison e sarà la voce narrante della storia, il secondo è Carlo Rainer, il vero protagonista della vicenda.
Infatti Rainer altri non è che lo smemorato ufficiale di sua Maestà Britannica che si è riappriopriato di parte del suo passato ma ancora si dibatte tra dubbi e allucinazioni sulle ombre che ancora lo avvolgono. L’ex reduce infatti è stato colpito da una doppia amnesia; prima tra il 1917 e il 1919 e dopo, quando riacquistato il suo nome e il suo ruolo nel mondo a cui appartiene non ha contezza di quanto successo tra l’incidente in guerra e il risveglio su quella panchina a Liverpool.
Il romanzo ripercorre tra continui scambi di analessi e prolessi, l’esistenza di Carlo nell’arco di una ventina d’anni, mentre cerca di sopravvivere a se stesso e di ricostruirsi una propria identità. La narrazione che inevitabilmente scorre sul filo della memoria, tra vuoti e improvvisi balenii di luce, restituisce intatto e commovente il dramma di un uomo che ha perso se stesso due volte e lotta ogni giorno per recuperarsi. Tutto procede in un raffinato e complesso gioco di rimandi tra passato e presente, compenetrati l’uno nell’altro come gigantesche matrioske da cui Carlo cerca di liberarsi; mentre il passato è narrato in terza persona, il presente vive nella prima di Harrison, che diventa confidente e complice di Carlo. Insieme condurranno una sorta d’investigazione per colmare le lacune nella vita di Rainer, e, conversando o interpretando segni e sprazzi di ricordi, chiariranno tutto ciò che di oscuro ancora c’era nella vita dell’ex ufficiale.
La vicenda privata e drammatica di Carlo si mescola con le tribolazioni dell’Europa tra le due guerre, dalla crisi economica degli anni ’20 alle voci sempre più insistenti circa la minaccia di un’invasione della Polonia da parte di Hitler. E l’insicurezza del protagonista sembra richiamare quella più disperata di un’intera generazione di uomini e donne che sentono di dover affrontare una grande tragedia.
Rainer è dunque l’archetipo dell’uomo smarrito che crede di aver perduto tutto ma in realtà ha una grande possibilità: quella di ricominciare da zero, di prendersi la vita che davvero vuole, di essere se stesso senza i condizionamenti della famiglia, dell’ambiente sociale, dell’educazione. E’ un uomo a cui è stato tolto tutto e poi restituito perché possa decidere davvero della sua esistenza.
Prigionieri del passato è un romanzo dall’intreccio sofisticato, scritto secondo l’esempio dei grandi romanzieri ottocenteschi, soprattutto per l’interesse nell’introspezione psicologica del protagonista, con uno stile misurato ma sostenuto dalla vivacità dello schema temporale entro cui si muove la narrazione per cui la tensione è sempre alta, il finale poi con un colpo di scena clamoroso, è romantico quanto sospirato: cosa manca quindi a questo libro per tornare tra gli scaffali delle librerie italiane?
C’è da dire che l’inspiegabile sfortuna di Hilton dalle nostre parti coinvolge anche tutti gli altri suoi romanzi. E pensare che questo scrittore inglese, poi trasferitosi a Hollywood per dedicarsi alla sceneggiatura è il creatore della leggenda dello Shangri-là, la cima dell’Himalaya da cui si godrebbe di una vista meravigliosa, descritta in Orizzonte Perduto – che è anche l’unico romanzo ripubblicato di recente da noi grazie a Sellerio - immortalato nell’omonimo film culto di Frank Capra.
postato da seia 23:28 | permalink| commenti (2)