sommersi&sconosciuti

domenica, maggio 02, 2004

Rapporto al capo della polizia, di James Mills



Rapporto al capo della polizia di James Mills è "la storia dell'innocenza di un uomo e degli egoismi dei suoi superiori che si servono di lui e lo sacrificano nella speranza di salvare se stessi." C'è scritto in quarta di copertina, ed è vero. Questo romanzo l'ho scoperto in una libreria dell'usato al Prenestino (tecnicamente vietato l'ingresso se avete problemi con la polvere - di fatto c'è il vantaggio di trovare di tutto a prezzi che viaggiano dai 50 centesimi a un euro.) Il povero Rapporto al capo della polizia giaceva in mezzo a una pila di Gialli Mondadori, in condizioni pessime - la rilegatura mezzo spaccata - e mi ci è caduto l'occhio sopra proprio perché non ha la classica copertina gialla, ma bianca: il che si spiega col fatto che questo romanzo non è uscito nei Gialli, bensì negli Oscar.
Correva l'anno 1975. In quello stesso anno uscì nelle sale il film omonimo, tratto dal libro e girato da Milton Katselas con un giovanissimo Richard Gere: è lecito supporre che il romanzo sia uscito in Italia sull'onda dell'interesse suscitato dalla pellicola cinematografica. Ma non so se sia veramente così.
La trama è abbastanza semplice: tanto che viene spiegata in quarta di copertina - in ogni caso la trama non è certo la cosa migliore o più importante, qui. Quello che succede, comunque, è che il più giovane detective in forza alla polizia di New York fa irruzione nell'appartamento di uno spacciatore, lo elimina e uccide anche la donna che è con lui. Le 249 pagine del romanzo servono a capire perché e come ciò sia potuto accadere: attraverso interviste, trascrizioni di interrogatori, verbali e articoli di giornale, materiali eterogenei che l'autore riesce a saldare tra loro con buon piglio narrativo. Arrivati alla fine, la sensazione è - più che di aver letto una crime story - quella di aver esplorato, a fondo, il mondo e l'esistenza dei poliziotti newyorchesi e dei criminali che quei poliziotti fronteggiano. Sensazione che è certamente fallace: non credo che basti un libro - per quanto buono - a raccontare una realtà complessa come quella della vita criminale di New York, ma l'efficacia del romanzo è proprio in questa finzione: lo leggi e ti sembra di conoscere quei poliziotti, quegli spacciatori, quei tossicomani: di averci parlato, di essere entrato nel loro modo di vedere le cose. Vedi i posti, la città che si muove intorno - certe volte a velocità estrema, altre con la lentezza di un incubo kafkiano. Non vorrei però dare al lettore l'impressione di trovarsi di fronte a un capolavoro della letteratura, perché Rapporto al capo della polizia non lo è. E', semmai, un libro che funziona: nel senso che raggiunge perfettamente gli scopi che sembra prefiggersi. Un po' come la serie televisiva NYPD Blue: non passerà alla storia magari, ma centra perfettamente il bersaglio e riesce a far respirare un'atmosfera, e a raccontare delle storie che hanno un senso e un carattere.
Merita una segnalazione, perché fa parte dei pregi di questo libro, l'efficacissima traduzione di Attilio Veraldi: per chi non lo conoscesse, Veraldi - purtroppo scomparso da qualche anno - è stato un maestro assoluto nel riprodurre in traduzione le espressioni verbali e gergali del "broken english" di strada: come ha più volte dimostrato affrontando autori che fanno largo uso di forme e stilemi della lingua parlata - su tutti, Raymond Chandler e Hubert Selby jr.
Resta la curiosità di vedere il film, cosa che non ho ancora fatto: ma personalmente dubito che l'estrema crudezza di molte scene del libro - su tutte, quella in cui il giovane detective e lo spacciatore sono chiusi nell'ascensore, stremati, a bagno nell'urina e negli escrementi - sia stata resa efficacemente in un film degli anni Settanta: un'età in cui la censura esercitava, negli Stati Uniti come in Italia, il suo potere con efficacia micidiale.

postato da licenziamentodelpoeta 01:06 | permalink| commenti