sommersi&sconosciuti

sabato, ottobre 23, 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Norstrilia di Cordwainer Smith, collana Classici Urania numero 145, Aprile 1989.

Norstrilia di Cordwainer Smith, a.k.a. Felix G. Forrest, a.k.a. Carmichael Smith, al secolo Paul Linebarger (1913-1966), rappresenta una delle ghiotte sorprese che le bancarelle italiane possono offrire agli esploratori della polvere e delle pagine impolverate. Infatti Cordwainer Smith è assente dalle librerie italiane dal 1989, anno della pubblicazione di questo Norstrilia, che era già apparso in due volumi con i titoli di L’uomo che comprò la Terra e L’uomo che regalò la Terra (rispettivamente Galassia n. 135 e n. 154, La Tribuna, Piacenza, 1971).

La storia è presto detta, abbiamo a che fare con Rod il centocinquantunesimo, Signore e Proprietario tra i Signori e Proprietari di Norstrilia, L’Australia del Nord, il pianeta più ricco della galassia. I Norstriliani, infatti, detengono il monopolio dello stroon, una sostanza che rende quasi immortali e ci fanno su dei bei soldi, peccato però che vivano spartanamente, siano contadini all’antica con costumi severissimi, rifiutino il lusso e abbiano una tassa di importazione talmente elevata che sconsiglierebbe anche al più scialacquatore degli sceicchi di acquistare alcunché per corrispondenza. Ebbene, il nostro Rod -con un’ardita speculazione creditizia che supera di gran lunga la più ardita tra le finanze creative- comprerà la Terra, proprio la cara vecchia Terra, il pianeta originario, e sarà costretto a un viaggio lunghissimo fatto a tocchetti dentro una scatola; a trasformarsi in G’Roderick, uomo-gatto; ad accompagnarsi (cosa invero piacevole) con G’Mell, la donna-gatto più bella della Terra; ad essere oggetto dell’ostilità e delle brame di ladri spaziali, ufficiali ambiziosi, donne in cerca del matrimonio d’interesse definitivo, ragni rapitori, terrestri razzisti, robot poliziotti e viscidi umanoidi con la pelle a ventosa.

Cordwainer Smith, più che spedirci però in un contesto avventuroso del tipo cappa-e-spada, crea un caleidoscopio-capolavoro di voci, idee, sensazioni, intenzioni, tradizioni, leggi, tradimenti, aspirazioni, desideri, fallimenti in forma di dialoghi, brevi descrizioni, cori, poesie e canzoni che danno la misura della sua straordinaria, irrefrenabile ispirazione. A ogni pagina si scopre un tassello del suo mondo, si viene rapiti da un’immagine, da un modo di vita alieno, da un rimando a una qualche struggente epopea appena accennata; e si viene catapultati in un tempo nel quale le usuali categorie sono completamente svalutate. L’umanità che sfiora la vita eterna non è più comprensibile da noi meschinelli alle prese col raffreddore da tabagismo; e per questo i veri uomini del libro sono gli ani-uomini, animali geneticamente modificati che hanno avuto in dono l’intelligenza e un corpo semiumano ma non quelli che chiameremmo i diritti civili. In un pianeta nel quale i Terrestri stanno diventando dei, e avvizzendo in un nulla dovuto alla loro stessa ricchezza e all’onnipotenza della tecnica che ha trasformato la vita in un’ambigua eterotopia (per ricordarci di Samuel Delany), i veri uomini sono quegli animali ai quali è negata l’immortalità e persino, a dirla tutta, le cure mediche di base. Quegli animali che sono diventati -forse lo sono stati da sempre- i veri guardiani dell’uomo, il metro della nostra umanità, che siano fedeli o feroci, mangiati o coccolati, cacciati o protetti, comunque sempre accanto a noi, che grazie alla loro presenza possiamo guardarci dentro, e scrutare nell’abisso che cela la nostra solitudine, proprio come fa Rod il centocinquantunesimo nei due momenti topici del romanzo, nel Giardino della Morte e a colloquio con il Mastrogatto.

“Volete che mi giudichi da solo?”

“Esatto, ragazzo,” –disse Beasley- “conosci le regole. Ho sempre pensato che potevamo contare su di te.”